week end

Mamma, perché esci a cena con le tue amiche (e non ci porti)?

Eh che ci possiamo fare. Loro non lo sanno. Non se lo immaginano neanche. Che prima di essere mamme avevamo un’altra vita.

Io ne avevo una rigorosamente senza bambini. Senza orari. Si mangiava davanti alla TV quando si aveva voglia. Si passavano le serate a chiacchierare davanti a un bicchiere ( o due, o tre…) di vino e il giorno dopo si aveva solo sé stessi da svegliare e preparare.

Si usciva e per uscire bastava assicurarsi di avere le chiavi di casa, il portafoglio e il cellulare nella borsa (e a volte ci si dimenticava pure qualcosa).

Poi quando arrivano loro il mondo si scompiglia tutto.

Io ho dovuto imparare a trovare un equilibrio tra loro e me.

Ritagliare tempo.

Come se il tempo fosse carta. Come se fosse qualcosa che si può catturare e dividere.

Ritagliare dei quadratini piccoli per me.

All’inizio bastava un francobollo di tempo.

Quello di una doccia di 1 minuto e mezzo.

1 minuto e mezzo che poi diventano 5 minuti di passeggiata fino al negozio sotto casa per prendere il latte.

Che poi si allungano a mezz’ora per la lezione di yoga online.

E poi diventano ore.

Una o due ore per una pizza con le amiche.

Ho avvisato M., 5 anni, che sarei uscita a cena fuori.

Stavamo tornando da scuola e lui mi ha lanciato un’occhiata incuriosita.

“Esci a cena da sola?”

“Non da sola, con un’amica”

“E noi no?”

“No! Voi no!”

Tra me e me ridevo, sapevo che non sarebbe finita lì.

“Perché noi no?”

” Eh, perché anche la mamma vuole stare con le sue amiche ogni tanto, chiacchieriamo, come fai tu con i tuoi amici a scuola”

“Ma mamma scusa, non puoi chiamarla e parlate al telefono?”

Sono bravi loro, così bravi che neanche se ne accorgono.

Ma…al secondo (e terzo) figlio quel famoso francobollo di tempo si è trasformato perlomeno in un foglio A4.

E quell’A4 lo rivendico senza paura e senza sensi di colpa.

“No amore non è la stessa cosa. Anche la mamma ha bisogno di uscire”

2 o 3 ore solo per me.

Per poi tornare a casa e spiarli nelle loro camerette con la lanterna del cellulare.

Osservarli dormire tranquilli e non vedere l’ora che sia domani per poter stare con loro.

Mamma 100% ricaricata.

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Scuola

Mamma perché si va a scuola?

Ed ecco che arriva il fatidico giorno. Quello in cui li scarichi davanti alla porta della scuola. La scuola che hai scelto attentamente oppure quella che ti è capitata. (A noi è capitata, speriamo bene!)

T. e R., a parte un breve periodo di 5 settimane al nido, di cui approssimativamente 4 settimane e mezzo a casa ammalati, non sono mai stati a scuola. Quest’anno quindi lo possiamo considerare il loro primo anno. E oggi lo possiamo considerare il loro primo giorno di scuola.

“Mamma, perché si va a scuola?” mi ha chiesto T. qualche giorno fa.

“Perché così giocate con altri bambini, fate nuovi amici, imparate cose nuove…”

E perché la mamma non saprebbe dove mettervi quando torna al lavoro.

Ovviamente l’ultima parte non l’ho detta. Ovviamente so che chi parla è quella parte do me che si sente estremamente colpevole a lasciare i suoi preziosissimi figli a estranei. Ovviamente so che non dovrei sentirmi in colpa. E mi sento in colpa per sentirmi in colpa.

Il primo giorno di scuola di un bambino é anche il primo giorno di scuola di un genitore.

Ci sentiamo un po’ come se stessimo attraversando uno stagno saltando da un sassolino ad un altro.

Ci proviamo. A volte è un sassolino scivoloso e rischiamo di cadere. A volte invece avanziamo senza perdere l’equilibrio.

Loro entrano nel cortile, in un mondo sconosciuto. Con nuovi oggetti, nuove regole, nuove persone.

A volte sono entusiasti. A volte sono curiosi. A volte sono tristi. A volte sono impauriti. Ma sono tutti coraggiosissimi.

Nei loro panni io avrei una paura terribile.

Noi invece ci ritroviamo a guardarli davanti al cancello con uno sguardo sbalordito come a dire “Ci dev’essere uno sbaglio! Fino a ieri ero io ad entrare da quella porta!”

Non era tanto convinto T. della mia risposta.

Quindi ho aggiunto: ” Si va a scuola perché si diventa grandi”

Allora ha fatto uno di quei suoi sorrisi che mi fanno sciogliere.

Il primo giorno di scuola un bambino diventa “un po’ piú grande” e anche la sua mamma e il suo papá crescono.

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passeggini, traguardi

Mamma perché hai venduto il nostro passeggino?

Nel percorso dei genitori ci sono molte pietre miliari. Da quando nasce un figlio il telefono si riempie di fotografie che celebrano le “prime volte”. Quelle foto hanno una freccia invisibile che punta verso il futuro.

I gemelli mi guardavano perplessi mentre rimontavo il loro passeggino che da ormai quasi un anno giaceva impolverato sul pavimento del ripostiglio. Non sapevano cosa aspettarsi da quell’inaspettata reentré.

T. In punta di piedi ha sbirciato dentro la navicella e mi ha chiesto:

-C’é un bebé?-

Solo l’idea di riempire quella navicella con un neonato urlante mi ha fatto sbiancare.

-Nooooooooo-

Giravano attorno al loro passeggino curiosi.

R. ha provato ad arrampicarcisi sopra senza successo.

-Salutate il passeggino ragazzi-

-Perché?

-Perché adesso lo porto a una mamma e a un papá che avranno due bambini-

-Perché?-

-Perché a noi non serve più-

– Perché a noi non serve più?-

-Perché in casa non ci sono più bebé! Voi siete grandi per il passeggino-

Il momento in cui sono uscita dalla porta spingendo la carrozzina ho sentito che avevamo passato un nuovo traguardo.

Quella certezza che non ci saranno più bebé in casa (escludendo nipoti e figli di amici) mi ha fatto sentire nostalgica per circa 30 secondi.

Quei 30 secondi necessari per ricordarmi com’é una notte con 2 neonati.

Ho fatto una foto al passeggino prima di consegnarlo ai futuri proprietari. La mia idea era quella di immortalare la fine di un’era. L’era del passeggino.

Ha prestato onorevole servizio.

In bocca al lupo a tutti i futuri genitori (soprattutto ai futuri genitori di gemelli)

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feste di compleanno, week end

Mamma si commuove perché…

Il week end scorso M. ha partecipato per la prima volta a una festa di compleanno. Di quelle da “grandi”. Dove i genitori lasciano i bambini e li vanno a riprendere dopo qualche ora.

Ed eccomi con un piccolo nodo allo stomaco a “lasciare” il figlio grande in uno spazio sconosciuto e con dei genitori semi sconosciuti.

Il nodo si é sciolto nel momento in cui M. é schizzato via tutto contento verso lo scivolo gonfiabile gigante e soprattutto nel momento in cui ho realizzato che avevo guadagnato 2 ore di free time.

In quanto novizia in fatto di feste di compleanno, 1 ora e mezza più tardi ero di nuovo lì, dopo aver concluso che forse era meglio arrivare prima della fine della festa per almeno scambiare 2 parole con gli altri genitori.

Entrata nello spazio per le feste, ho salutato qualche faccia coonnsciuta e ho localizzato M. nella piscina di palle.

-É ora di andare!- gli ho gridato.

Lui mi ha totalmente ignorata e io ho gridato di nuovo.

‘Sta cosa che i genitori italiani gridano é un dato di fatto, o almeno io in specifico non smentisco il fatto.

Ero l’unica a gridare in quella festa.

Comunque alla fine M. mi ha sentita.

É uscito dalla piscina e mi é corso incontro.

-Mamma non possiamo ancora andare! Ti voglio presentare a TUTTI i miei amici-

Mi ha letteralmente trascinata davanti a una tavolata di bambini ancora intenti a mangiare la loro fetta di torta di compleanno e mi ha presentato a ciascuno di loro:

-Questa é la mia mamma, é italiana parla italiano-

Penso di non essere mai stata così orgogliosa di essere italiana in vita mia.

Credo anche di non essere mai stata così emozionata.

Emozionata nel senso di commossa.

La mamma pasticciona che c’é in me si é sentita una grande mamma.

Di quelle mamme che si presentano a TUTTI i compagni di scuola.

E nella mia testa ho pensato “Forse allora non sto sbagliando proprio tutto”.

Piccole mamme crescono e imparano 💪

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Filosofia

Mamma perché si cade?

R. è caduto spalmato sulla sabbia. Ma invece di piangere, come al suo solito, si è arrabbiato. Si è arrabbiato tantissimo.

Poi mi ha guardato e mi ha chiesto:

“Mamma perché si cade?”

Ci sono rimasta secca.

Mi guardava con gli occhi sgranati aspettando la risposta.

Ovviamente io non ce l’avevo una risposta.

Perché si cade.

Chissà.

Forse cadiamo perché siamo distratti. Perché andiamo troppo veloci. Forse perché diamo un passo falso.

Per cui tutto sommato è colpa nostra se cadiamo.

Oppure invece è il contrario. Cadiamo perché il terreno è sconnesso. Perché qualcuno ci fa lo sgambetto. Perché ci spingono.

Per cui é colpa di qualcos’altro. O di qualcun altro.

Forse invece cadiamo e basta. Perché succede.

Quest’ultima versione del cadere mi piace di più. Senza colpe o colpevoli.

I miei figli cadono millemillesime volte al giorno.

Piangono, si arrabbiano, chiamano la mamma (o il papà).

Poi si alzano e via.

Che si chiedessero il perché sono caduti non l’avrei immaginato.

Succede e basta.

” A volte capita, ma non importa” gli ho detto.

Capita. Chissà.

La verità è che a nessuno piace cadere. E mio figlio è uno stratega. Studia i passi per il cammino più sicuro.

Ad ogni caduta costruisce un pezzettino in più della sua strada.

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